Kavala. Da lontano sembrava

 


Kavala è una città di mare della Macedonia greca orientale, non molto distante dalla Tracia. Il grandioso acquedotto romano-ottomano di Kamares, l’Imaret -con accesso esclusivo per i viaggiatori danarosi-, una diffusa edilizia residenziale di gusto bizantino ottomano, la posizione strategica sulla via Egnatia, crocevia tra Oriente e Occidente, l’antico porto di Filippi che ora convoglia sull’isola di Thassos calche ignare alla ricerca di spiagge illusoriamente alternative agli arcipelaghi più famosi, rendono questo luogo, se non eccezionale, sicuramente molto attrattivo. Probabilmente per le casse a trazione turistica non è bastata la sua storia. Doveva affascinare di più. 


E perciò, posso immaginare, imprenditori e politici si sono seduti a un tavolo di concertazione e hanno deciso: più localini, più aperitivini, più gelaterie, più prodotti tipici, più Letto e Colazione, più insegne in inglese, più frecce marroni, più sanpietrini, meno negozi di aggiustamenti, meno servizi di quartiere e, suvvia, meno residenti. Le grandi entrate per la vendita di pollame, mercerie e rubinetterie devono sparire. Le vetrine servono. Gli spazi si comprano a suon di quattrini. Panaghià, la città vecchia, si è già attrezzato ed è colma, in effetti c’è un’altra zona che ha qualche vicoletto, è vicina al mare e alla strada commerciale, è a ridosso del porto, ha qualche edificio ottocentesco, e pure i parcheggi, sembra storica, sembra autentica, è perfetta, è trasformabile, il gioco è fatto.


Qui si sta consumando davanti agli occhi di tutti, e molto rapidamente, il tempo. Arrivano i turisti, e pare andare bene per tutti, ma è conclamato, non è così. Quello che rimarrà saranno i luxory/ studio/ apartament/ boutique hotel dagli arredi con finiture finto oro e balconi di vetro 4 mm inspessorati di calcare, e qualche negozio con le magliette da artista e i dolcetti con lo zucchero a velo,  ma il mutamento fisico, che passa sotto il nome di riqualificazione, sarà stato così aggressivo che avrà determinato solamente una fortissima marginalità di chi un tempo ci ha abitato. Si chiama Gentrificazione.



I video raccolgono, attraverso i suoni di sottofondo e in circa due minuti, il senso di quello che sta accadendo. Con le vecchie vetrine ancora con le insegne e con lo scheletro del bel palazzetto che fu, e i lavori in corso di giorno, la musica lounge e i taxi di notte.








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