Abitare lo spazio nel pensiero heideggeriano
di Ursula Iannone
( - piccola premessa - La docente di
Storia dell’Architettura, al primo anno di dottorato di Architettura degli
Interni del Politecnico di Milano, nel 2005 aveva impostato un percorso di
altissimo livello culturale per educare i suoi laureati: recensire libri.
Semplicemente recensire libri. Voleva dire studiare per davvero, ovvero
presupporre una base di conoscenza molto solida e quindi analizzare
criticamente un testo. Nessuna azione irresponsabile era permessa. Ogni
recensione passava al giudizio insindacabile della commissione, insindacabile
perché i cosiddetti “pareri”, soggettivismi, personalismi, mipiacismi, assieme
ai riassuntini, ai sintetismi, alle facilonerie da studentelli, erano
seriamente banditi. Tra le varie opere, mi furono assegnati “L’arte e lo
spazio” e «…Poeticamente abita l’uomo…» e «Costruire Abitare Pensare», due
interventi contenuti in “Saggi e Discorsi”, di Martin Heidegger, le cui brevità
sono inversamente proporzionali all’enormità dei contenuti.
.FuriaLab è ancora legato a questo profondo studio e lo
ripropone, vergine nella sua originaria veste immacolata,visitabile qui)

Il testo non è un saggio, un concerto di domande a cui non
necessariamente vengono date delle risposte. Il filosofo tedesco, come premette
Gianni Vattimo nell’introduzione alla traduzione italiana, mette in discussione
due dei fondamenti della sua teoria: la relazione dell’essere con il tempo e il
carattere poetico di tutte le arti.
Innanzitutto, l’essere. Il pensiero di Heidegger appartiene
alla cultura esistenzialista, sviluppatasi in Germania intorno agli anni Venti,
secondo cui il significato di esistenza viene inteso come modo di essere
peculiare dell'uomo, in opposizione ai sistemi filosofici che risolvono
l'individuale nell'universale. «La questione che mi preoccupa - afferma il
filosofo - non è quella dell’uomo, ma quella dell’essere nel suo insieme e in
quanto tale» (M. Heidegger,Ueber den Humanismus, 1946, trad. it.Lettera
sull'umanesimo, Adelphi, Milano 1997).
A partire dalla fondamentale domanda «che cos'è l'essere?»,
tale interrogativo riflette sulla problematicità del senso della vita e sui
limiti e le possibilità della libertà individuale. Ma l’essere, comune
alle entità più disparate, viene distinto da Heidegger dall’ente, che
individua la cosa nella sua dimensione di semplice presenza. In questo senso il
filosofo polemizza contro la teoria metafisica, che concepisce l’essere sul
modello degli enti, cioè delle cose. L'essere, nella tradizione ontologica, è
una presenza che non si mostra, ma che si intende come qualcosa di necessario,
e che si dà per scontato che esista. Heidegger, rompendo questo assunto,
definisce l’essere come l’esistenza che si mostra nella vita per come viene
vissuta e percepita e non più come presenza eterna e immutabile, al di là
dell'apparenza diveniente della realtà. L'esistenza degli uomini è dunque un esserci, Dasein, è
una vita che si presta alla possibilità e al progetto. È, dunque,
l'essere, sottoposto alla temporalità propria degli enti per come si mostrano,
ovvero è mutabile, temporale, soggetto al divenire. In questo senso, anche la
spazialità sarebbe ricondotta alla temporalità dell’esistenza. Ma, diversamente
da quanto espresso nelle precedenti opere, in L’arte e lo spazio Heidegger
opera un cambiamento del suo pensiero, descrivendo l’esistenza in termini
spaziali e non il contrario: «anzitutto individuando l’accadere della verità
come un fare spazio» (p. 8).
Tutto il contenuto di questa ricerca è nella domanda che
Heidegger si pone all’inizio del trattato: «Lo spazio può essere?». E la
domanda è tale da mettere in crisi il carattere poetico di tutte le arti,
poiché è lo spazio, in quanto elemento primario, a emergere e a definire il poetare.
Ebbene, cos’è la verità? E cosa significa fare spazio?
Gianni Vattimo, eccellente interprete della filosofia heideggeriana, spiega
così il concetto di verità: «La verità, prima di essere la descrizione
oggettiva di uno stato di cose, è l’apertura di un orizzonte di una possibile
descrizione dello stato di cose. Non è tanto difficile da capire: noi
descriviamo uno stato di cose usando degli strumenti, dei termini, dei
paradigmi, dei presupposti, […] ma tutto questo insieme precede questa verità,
[…] e questo insieme difficilmente è oggetto, a sua volta, di una descrizione
vera, perché per essere descritta veridicamente avrebbe bisogno di un altro
sistema di presupposti, di un’altra apertura e così via. Si comprende benissimo
che, procedendo in questo modo, si potrebbe risalire all’infinito. […] Quando
noi enunciamo una proposizione vera, presupponiamo un sistema di criteri che a
sua volta non enunciamo in una proposizione vera, ma all’interno dei quali in
qualche modo siamo - come dice Heidegger – “gettati”, ci “apparteniamo”, “ci
siamo”: è il nostro equipaggiamento» (E. Galzenati, “La filosofia e la
critica della tecnologia, intervista a Gianni Vattimo”, L'Unità,
19 maggio 1997).
Heidegger si chiede se lo spazio sia univoco, e cioè se gli
atri tipi, lo spazio artistico o quello quotidiano, possono essere considerate
pre-forme di quello tecnico-fisico, e in che modo sia lo
spazio. Per questo quesito, il filosofo, come sempre nelle sue teorie, ricorre
al linguaggio, che porta all’essenza delle cose e dà accesso al mondo:
lo spazio fa spazio, der Raum raumt, letteralmente «lo spazio
spazieggia». Fare spazio, e lasciare spazio, significa qui rendere
libero, sfoltire, diradare e ciò comporta un insediarsi e un libero abitare
dell’uomo. Dunque fare spazio è libera donazione di luoghi e
libera donazione del luogo in cui «Dio si manifesta e da cui gli Dei sono
fuggiti» (p. 27). È così che il fare spazio accade e si
ricongiunge alla dimensione dell’abitare producendo l’insediarsi e l’abitare
dell’uomo. A ragione, Massimo Carbone osserva che «se far spazio è disboscare,
dissodare, trasformare la foresta in radura abbattendo gli alberi per formare
il témenos, il recinto sacro agli dei, siamo all’archè dell'architettura,
alla sua origine, all'azione fondativa» (“L'arte, ultima risorsa nell'era della
tecnoscienza”, Il Manifesto, 26 febbraio 2001).
Lo spazio accorda qualcosa, cioè dispone, prepara alla
possibilità di appartenere a qualche luogo, il quale «è una “dimora” di cose e
un abitare dell’uomo in mezzo ad esse» (M. Cacciari, Adolf Loos e il
suo Angelo, Electa, Milano 1992, p. 20). E se il luogo è
determinato dalle cose che si dispongono nello spazio, allora le stesse cose
non solo appartengono al luogo, ma sono i luoghi. Il filosofo
pone inoltre l’accento su un altro termine, la contrada, ovvero la
libera vastità, e usa tale accezione per spiegare che il luogo è predominato da
essa, dalla possibilità di lasciar sorgere, cioè di accogliere le cose.
Riferendosi a quest’ultimo carattere dello spazio di Heidegger, Gianni Ottolini
aggiunge che «lo spazio originario non è la semplice estensione
pluridimensionale della materia né un vuoto, ma è un luogo esistenziale, in cui
le cose per vivere, e la vita stessa, possono essere raccolte, traendone il
senso» (G. Ottolini, Forma e significato in architettura, Laterza,
Roma-Bari 1996, p. 7). E ancora, secondo Giuseppe Raciti, «il luogo non è,
nella prospettiva heideggeriana, una semplice porzione di spazio, ma piuttosto
l’impronta di un evento destinale» (G. Raciti, Dello spazio,
C.u.e.c.m., Catania 1990, p. 38).
La questione dello spazio rimane di grande importanza in
Heidegger, e lo stesso Raciti, nel capitolo del suo libro dedicato
al filosofo tedesco, tenta di verificare se effettivamente egli riesca
compiutamente ed efficacemente a recuperare la spazialità come rapporto con
l’essere, lasciata in sospeso in Essere e Tempo, laddove la
determinazione temporale come senso dell’esserci non era sufficiente per poter
pensare la temporalità dell’essere in generale.
Bisogna a questo punto chiedersi del legame che unisce arte
e spazio, compendio del titolo del libretto. Heidegger nella sua filosofia
propone con forza il problema dell’arte come strumento di ricerca della verità:
l’arte è ascolto dell’essere e sua manifestazione privilegiata. Come egli
afferma, nel concludere la sua conferenza sulla scultura, «più filosofica della
scienza e più rigorosa, ossia più vicina all'Essenza della Cosa, è l’arte»
(Conferenza tenuta da Heidegger il 3 ottobre 1964 alla galleriaIm Erker di St.
Gallen in Svizzera dal titolo Raum, Mensch und Sprache). L’arte,
intesa stavolta come scultura, deve essere considerata come in rapporto al
luogo e alla contrada. La scultura è un farsi-corpo di luoghi,ovvero
apre una contrada e al tempo stesso la custodisce, concedendo una dimora alle
cose e un abitare all’uomo. Se il concetto del vuoto trova una spiegazione
proprio in base alla proprietà esposta dei luoghi, per cui esso non è una
mancanza, come siamo abituati a pensare, bensì un portare allo
scoperto, allora nella scultura il vuoto instaura luoghi. Ma lo stesso
Heidegger non giunge a una conclusione, attivando il pensiero del lettore a
ogni tipo di speculazione: «Le osservazioni che precedono non vanno sicuramente
a fondo per indicare con sufficiente chiarezza ciò che è proprio della scultura
in quanto modo dell’arte figurativa» (p. 38-39).
Prima di questo libro, come osserva Gianni Vattimo in un
intervista rilasciata nel 1996, Heidegger riconosceva solo nella poesia
un’originarietà rispetto alle altre arti (cfr. intervista realizzata alla RAI
di Milano il 20 giugno 1996). Nel momento in cui il filosofo affronta lo
spazio, ponendolo allo stesso livello del tempo, allora esso si può considerare
ragionevolmente come un’esperienza ancora più originaria, o parimenti
originaria, di quella delle parole. Lo spazio, come sede di accadere
dell’essere e della verità, sconvolge la tesi essere-tempo. Sicché
anche il poetare diventa una misura,forma eminente del misurare (M.
Heidegger, Vortraege und Aufsaetze, (?) 1954, trad. it.Saggi e
discorsi, Mursia Editore, Milano 1991, passim). Ma
misurare nella poesia vuol dire pensare all’essenza della misura, e
la misura che serve per poetare è la divinità. È quanto afferma lo stesso
Heidegger in uno dei suoi scritti «…Poeticamente abita l’uomo…», contenuto nel
libro Saggi e discorsi del 1950. Il filosofo analizza i versi
di una poesia di Friedrich Hölderlin, da lui definito il poeta del
poeta, cioè il poeta della poesia. Questo approccio gli permette di
lavorare sull’essenza dell’abitare e della poesia, chiarendo che l’uomo non può
sottrarsi alla misura della dimensione, e poiché dispone e misura il suo
abitare sulla terra, egli è capace di essere: «Il guardare in alto supera la
distanza che sta fra noi e il cielo, e rimane tuttavia quaggiù sulla terra. Il
guardare in alto misura tutto il “frammezzo” che sta fra cielo e terra. Questa
misura […] la chiameremo ora la ‘dimensione’ […] Essa non è originata dal fatto
che la terra e il cielo sono volti l'una verso l'altro. […] L'abitare dell'uomo
sta in questo misurare-disporre la dimensione guardando verso l'alto […] Il
misurare-disporre è la poeticità dell'abitare. Poetare è misurare […] Solo
l'uomo muore, e ciò continuamente, fino a che dimora su questa terra, fino a
che abita. Ma il suo abitare consiste nella poeticità. Hölderlin vede l'essenza
del poetico nella presa-di-misura, mediante la quale si compie la
misurazione-disposizione dell'essenza umana […] È il poetare che, in
primissimo luogo, rende l'abitare un abitare» (pp. 130-131-132).
Abitare poeticamente vuol dire, dunque, essere toccato dalla
vicinanza dell'essenza delle cose. L’esistenza dell’uomo deve partire
dall’essenza dell’abitare e l’essenza dell’abitare deve significare far
abitare, costruire.
Vattimo individua nella scelta dei due versi «pieno di
merito e tuttavia / poeticamente abita l’uomo su questa terra» l’esistenza
dell’arte come di una grazia, nel senso più ampio del termine, cioè come idea
del bello e della genialità, ricevuta dall’umanità. In quelpieno di merito e tuttavia egli
trova che il filosofo tedesco interpreti l’abitare poeticamente come uno stato,
appunto, di grazia, al di là delle utilità e delle attività operate dall’uomo.
Il poetare che apre alla verità è dunque qualcosa che l’uomo non costruisce, ma
che si riceve, proprio come una grazia, ed è per questo che esso rende
l’abitare un abitare (p. 126).
Ma che cos’è l’abitare? Heidegger pone il quesito all’inizio
di un’altra delle disquisizioni contenute in Saggi e Discorsi,
Costruire, abitare, pensare. Come in una infinita sfida, il filosofo ricorre
ancora una volta al linguaggio e le sue rivelazioni sono sorprendenti. Intanto,
costruire non è soltanto abitare, o meglio l’uomo non abita in tutte le
costruzioni; si pensi ai luoghi di lavoro, a quelli di trasporto o di
passaggio: in ognuno di questi casi le costruzioni albergano l’uomo, senza che
egli abbia in esse un alloggio. Il costruire quindi non indica propriamente un
abitare, nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto come si debba pensare
l’abitare. Costruire e abitare hanno nel tedesco la medesima radice, che è
anche la stessa di essere: «essere uomo significa: essere sulla
terra come mortale; e cioè: abitare» (p. 97). Heidegger osserva che, nonostante
ci sia tale coincidenza, l’abitare non viene mai pensato come il tratto
fondamentale dell’essere umano. Abitare vuol dire anche essere posti
nella pace, rimanere nella protezione, aver cura, più approfonditamente ciò
vuol dire custodire la Quadratura, ovvero cielo, terra, mortali e divini, nella
sua essenza: «I mortali abitano in quanto essi salvano la terra, […] accolgono
il cielo, […] attendono i divini, […] conducono la loro essenza propria» (p.
97). Anche il costruire rientra in questo concetto. Gli edifici, cioè il
prodotto dell’abitare, originano un luogo nello spazio. Lo spazio, che indica
ciò che è sgombrato, liberato, è perciò raccolto da un luogo. Quindi l’essenza
del costruire, «in quanto erige luoghi, è un fondare e un disporre
spazi» (p. 106), ovvero è il far abitare, inteso proprio come
l’aver cura della Quadratura. In altri termini, il luogo dà l’accesso alla
Quadratura (salvare la terra, accogliere il cielo, attendere i divini, condurre
i mortali) e il costruire permette che ciò avvenga. Quindi, «solo se abbiamo la
capacità di abitare, possiamo costruire» (p. 106). In uno straordinario gioco
di linguaggio, «costruire e pensare sono sempre indispensabili per l’abitare»
(p. 107), ma anche insufficienti l’uno per l’altro se non c’è un
ascolto reciproco.
Sicuramente sorprendenti, in quanto provocano l’effetto di
riportare il lettore in caduta libera alla realtà, sono le considerazioni
finali di questi due saggi. In «…Poeticamente abita l’uomo…», egli chiude
domandandosi: «noi abitiamo poeticamente? Probabilmente noi abitiamo in un modo
completamente impoetico» (p. 136). E riflettendo sull’essenza dell’abitare, inCostruire,
abitare, pensare si chiede con altrettanta disinvoltura: «che ne è
dell’abitare nella nostra epoca preoccupante? […] La vera crisi dell’abitare
consiste nel fatto che i mortali sono sempre ancora in cerca dell’essenza
dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare» (p. 108).
Saggi e discorsi raccolgono conferenze e
seminari del filosofo tedesco, rielaborati e riuniti da lui stesso secondo tre
fili conduttori principali: la meditazione sulla scienza e sulla tecnica; le
riflessioni sul pensiero e sul suo rapporto con la poesia; l'interpretazione di
alcuni fondamentali concetti della filosofia greca. Ma è comune a ciascuno dei
temi affrontati l’immediatezza rispetto alla realtà: Heidegger si sforza di
prendere in esame argomenti legati alla quotidianità. Sicuramente il
linguaggio, per il valore prioritario che assume nella filosofia heideggeriana,
non risponde effettivamente a tale proposito, e la comprensione, o
l’interpretazione, diventano un’esclusiva di filosofi e specialisti. Ma è
indubbio e potente il fascino esercitato da questo turbinio di parole. Osserva
ancora Vattimo nella sua introduzione: «[…] la messa in gioco del linguaggio è
anche in lui una rottura della sintassi, anzitutto della sintassi logica, delle
connessioni canonizzate. La violenza operata da Heidegger sul linguaggio, dalla
lettura etimologica di parole o sentenze isolate all’introduzione di nuovi usi
terminologici, ha qualcosa di espressionista, del gesto dada, dell’automatismo
surrealista» (p. XVI).
Riflessioni acute e straordinariamente attuali fanno di
Heidegger uno dei filosofi più letti e più citati negli autorevoli testi di
architettura. Il pensiero aperto e dialettico sul concetto di spazio e
abitazione, così come la corrispondenza dell’abitare con l’essere, sono un
punto di partenza per chiunque voglia scrivere o speculare sul grande tema
dell’architettura.
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